Il termine mimo significa genericamente “imitare” e come gli altri tipi di rappresentazioni ha origine religiosa, dalle stesse feste dionisiache da cui sono nate la commedia e la tragedia greca (VI secolo a.C.). La parola mimo indica sia l’attore, che può essere uomo o donna, sia una rappresentazione comica minore di breve durata affine alla commedia, che un genere letterario in versi e in prosa. Il mimo per mezzo del gesto, del canto, della danza e accompagnato dalla musica rappresenta tipi, scene e passioni in maniera realistica e licenziosa. A Roma (III-II secolo a.C.) forme mimiche popolaresche, originarie o importate dalla Magna Grecia, sostituiscono l’atellana in declino. L’ammirazione da parte del popolo per questo genere di spettacolo solista, raramente di gruppo, è altissima e altrettanto successo ha il genere del pantomimo, erede della tragedia che arriva a Roma nel 22 a.C. e che significa “tutto imito”. Canto, musica e danza sono i tre elementi costitutivi di questi generi di spettacoli che diventano prevalenti e resistono alla fine della storia romana d’occidente. Nonostante le censure medievali della nuova religione cristiana e al nomadismo a cui sono costretti, il mimo e il pantomimo arrivano fino ai giorni nostri.
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