Clown
La comicità è antichissima risalendo a quei riti di purificazione praticati dagli sciamani per una collettività o per luoghi particolari. Tutte le arti performative, in maniera graduale, sono passate da rito collettivo a gioco, da necessità spirituale a rappresentazione teatrale. Dai teatri e anfiteatri la comicità si sposta in piazza e in strada; gli attori girovaghi mettono in scena in chiave satirica casi morali, letterari, politici, la vita privata dei cittadini, i vizi e i costumi del popolo. La soddisfazione o insoddisfazione dei bisogni fisici primari sono messi in scena in farse che giocano sui difetti fisici, sui tratti storpiati dei volti e da esagerate gestualità espressamente grottesche in maniera da suscitare più benevolenza che disprezzo. Sarà proprio questo approccio a creare tipi fissi in contrasto come giovane-vecchio, grasso-magro, sciocco-furbo, onesto-disonesto che stilizzandosi collegheranno gli zanni della Commedia dell’Arte da una parte e i saltimbanchi depositari delle arti di strada dall’altra, al clown del circo. Dapprima le azioni sono numeri acrobatici tradizionali con l’aggiunta di una parte comica: clown-acrobati, clown-cavallerizzi, clown-giocolieri e clown-ammaestratori. Poi nel corso dell’800 il clown diventa sempre più importante: modifica trucco e costume, inizia a dialogare con il ringmaster, i musicisti e il pubblico. Ai primi del ’900 la clownerie teatrale moderna è composta da un duo formato dal clown bianco e dall’augusto: il primo ancora legato al trucco bianco ispirato al Pierrot, serio e con costume elegante; il secondo rimane sì legato alle prime figure comiche della pista, ma il modo di reagire, di parlare e di muoversi del personaggio diventano la parte più importante del numero.
